Ecco che cosa pensa il Tesoro dell’Agenda Giavazzi bis

Giulio Tremonti assiste con qualche perplessità alla campagna “Giù le tasse” lanciata dal Corriere della Sera, nonostante i buoni rapporti ristabiliti col quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli. Tutto si aspettava – secondo la ricostruzione del Foglio – specie dopo le tre-puntate-tre riservate in piena estate alle profezie di Tommaso Padoa-Schioppa (il ministro delle “tasse bellissime”), tranne che il quotidiano da sempre sensibile al rigore di bilancio si lanciasse in una campagna avviata da Francesco Giavazzi.
5 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 16:48
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A Giavazzi, de Bortoli ha affiancato ieri un altro economista, il presidente della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica, Alberto Quadrio Curzio, che ha tremontianamente rassicurato che a far scendere le tasse sarà il federalismo fiscale. Ma il ministro dell’Economia ha una memoria elefantina. Nell’aprile 2008 sempre Giavazzi scrisse sul Corriere un editoriale che intitolò “Il liberismo e la speranza”, giudicato dagli osservatori uno sberleffo al saggio tremontiano “La paura e la speranza”. Di quell’articolo, che il ministro conserva come il barattolo dei pelati Cirio durante il governo precedente, è evidenziato questo passaggio: “Se contro la crisi dei subprime non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, i mercati rischiavano di precipitare”. Nella “collezione di farfalle” di Tremonti, l’editoriale fa compagnia a un altro scritto giavazziano dell’agosto 2007: “La crisi del mercato ipotecario è seria ma difficilmente si trasformerà in crisi finanziaria generalizzata. L’economia continua a crescere rapidamente, consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda”.
Però, fanno notare ambienti governativi, non si può neppure negare che lui per primo, ex mercatista, si sia convertito alla difesa del lavoro e delle case alle giovani coppie, simbolo di quell’economia sociale di mercato, ultima mutazione del berlusconismo, destinato a ereditare anche le istanze sociali della sinistra. Ma difficilmente Tremonti potrà sottrarsi a qualche questioncella sulle tasse. Che fine hanno fatto le promesse di riduzione? D’accordo, ora c’è da uscire dalla crisi e gli equilibri di bilancio devono essere preservati. Inoltre, come ha detto ieri Tremonti a Bruxelles, l’Italia è messa meglio di tanti in termini di pil. Ma dopo? Per capire malumori e sospetti bisogna esaminare tre episodi: luglio 2004, febbraio 2009 e i giorni nostri. Nell’estate 2004 Tremonti era stato appena licenziato da Berlusconi, che aveva ceduto alle pressioni di An e Udc, ma anche del mondo industriale e del sindacato. Come lascito, consegnò al premier la legge delega 80, approvata dalle Camere, che prevedeva entro il 2006 un fisco a due aliquote “flat”, non progressive: 23 e 33 per cento. Una rivoluzione, finita però nel cestino. L’ex ministro si abbandonò all’amarezza: “Nessuno ha difeso questa riforma, eppure ci avevamo vinto le elezioni. Noi non solo tagliavamo, ma semplificavamo tutto”.
Secondo episodio, inverno scorso. Nell’ufficio di Tremonti un allarmato direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, segnala il dilatarsi dello spread tra Bot e Bund tedeschi. I titoli pubblici italiani si avvicinavano all’area-rischio mentre gli investitori correvano a cercare la protezione del capitale. L’asticella appariva alta e instabile: con un’eventuale fuga da Bot e Btp lo stato doveva offrire rendimenti insostenibili per il debito, e allora altro che tagli di tasse. Tremonti e Grilli fissarono alla primavera lo spartiacque di un’eventuale manovra lacrime e sangue. Poi, nel giro di poco lo scenario si capovolse: i titoli italiani entrarono tra i “periferic bond”, basso rischio ed elevato ritorno, i più graditi dagli investitori. Emissioni a ruba, e molti sudori che si asciugano.
E veniamo ai giorni nostri. Dalla sortita di Umberto Bossi sulle gabbie salariali, e dalle reazioni della Confindustria e dintorni (pioggia di richieste di sgravi fiscali per applicare una riforma approvata da mesi), Tremonti si è fatto l’idea che gli industriali vogliano finanziare i contratti con la riduzione dell’Irpef. Troppo comodo? Le aziende non avevano posto come priorità il lavoro, la produzione e il credito, ottenendo aiuti e detassazioni?, si dice in ambienti dell’esecutivo. Fatto sta che il ministro è tornato da Lorenzago in versione operaista. Ha celebrato la vittoria dei lavoratori dell’Innse. Ha lanciato la partecipazione agli utili d’impresa. Insomma, ha scompaginato i piani di quanti secondo lui si preparano a brindare alla fine della crisi con lo champagne del taglio delle tasse. O almeno ci prova.